da “Donne che corrono coi lupi” – Trappola numero quattro

“Trappola numero quattro: La ferita inferta all’istinto fondamentale, la conseguenza della cattura

L’istinto è difficile a definirsi poiché ha configurazioni invisibili, e pur sentendo che appartiene alla natura umana fin dall’inizio dei tempi, nessuno sa in che punto del sistema nervoso alberghi, né come agisca su di noi… Etimologicamente, il termine istinto deriva dal latino instinguere , che significa “dare impulso” , e da istinctus , che significa “istigazione”, incitare o stimolare mediante una spinta innata. Si può valutare in modo positivo l’istinto considerandolo un qualcosa di innato che, se mescolato alla riflessione e alla consapevolezza, guida gli esseri umani verso un comportamento completo. La donna nasce con l’istinto intatto…
Dallo studio di varie specie animali in cattività si è evinto che, per quanto lo zoo sia stato pensato e organizzato con amore, per quanto i custodi amino gli animali, spesso questi diventano incapaci di procreare, è deviato il desiderio di cibo e di riposo, il comportamento vitale si trasforma in uno stato letargico, in tetraggine o in aggressività. Gli zoologi chiamano “depressione animale” questo comportamento degli animali in cattività. Se una creatura viene rinchiusa in gabbia, si deteriorano i cicli naturali del sonno, della scelta del compagno, dell’estro, della pulizia, della funzione parentale e via dicendo. Alla perdita dei cicli naturali segue lo svuotamento, che non è pieno come il vuoto sacro del concetto buddista, ma il vuoto dell’essere rinchiusi in una scatola sigillata senza aperture…. Un addomesticamento eccessivo ottunde i forti impulsi naturali a giocare, correlarsi, lottare, errare, e via dicendo. Quando la donna accetta di diventare troppo “beneducata”, gli istinti relativi a questi impulsi cadono nell’inconscio più oscuro, al di là della sua portata automatica. Si dice allora che è ferita nell’istinto. Quel che dovrebbe accadere naturalmente non accade affatto, oppure dopo eccessive lacerazioni, spinte, razionalizzazioni, lotte con se stessa.
Quando metto in parallelo l’eccessivo addomesticamento e la cattura, non mi riferisco alla socializzazione, al processo con il quale si insegna ai bambini a comportarsi i modi più o meno civili. Lo sviluppo sociale e critico è importante, indispensabile perché una donna se la cavi nel mondo.
Ma l’eccesso di addomesticamento è come un divieto di danzare imposto all’essenza vitale. Se è sano, il Sé selvaggio non è docile né vacuo, ma vigile e pronto a reagire a qualsiasi movimento o momento. Non è rinchiuso in un modello assoluto e ripetitivo buono per qualunque circostanza. Sceglie in modo creativo, mentre la donna dall’istinto ferito non ha scelta. Resta immobile.
L’immobilismo si esplica in molti modi. Di solito la donna dall’istinto ferito si perde perché trova difficile chiedere aiuto o riconoscere i suoi bisogni. I suoi istinti naturali alla lotta o alla fuga sono drasticamente rallentati o addirittura estinti. Il riconoscimento delle sensazioni di sazietà, disgusto, sospetto, prudenza, e la pulsione ad amare pienamente e liberamente sono inibiti o esagerati.
Uno degli attacchi più insidiosi al Sé selvaggio è l’invito a comportarsi come si deve, e (forse) seguirà un premio. Se questo metodo può (e sottolineo “può”) convincere una bambinetta a non giocare finchè la camera non è in ordine e il letto non è rifatto non funzionerà mai nell’esistenza di una donna vitale. …
È il gioco, e non l’ordine, l’arteria centrale, il nucleo, la radice della vita creativa. L’impulso a giocare è un istinto. Senza gioco non c’è vita creativa. Stai brava, e non avrai vita creativa. Stai ferma, e non avrai vita creativa. Parla, pensa e agisci solamente con contegno, e scarso sarà il succo creativo. I gruppi, le società, le istituzioni e le organizzazioni che invitano le donne a svalutare l’eccentrico, a sospettare del nuovo e dell’insolito, a evitare tutto ciò che è vitale e innovativo, a spersonalizzare il personale, vogliono una cultura di donne morte….
È infinito l’elenco di donne di talento che nel loro stato di vulnerabilità hanno fatto scelte miserabili…Tutte erano ricolme di dolore perché erano affamate di nutrimento spirituale, di storia d’anima, di naturale vagabondaggio, di decorazioni consone ai loro bisogni, di apprendere Dio, di una sessualità semplice e sana. Ma inconsapevolmente scelsero credenze, azioni, idee che ne deteriorarono sempre di più la vita, fino a renderle spettri danzanti.
La ferita inferta all’istinto non può essere sottovalutata quale radice della questione quando le donne si comportano come pazze, sono possedute da un’ossessione, o quando sono bloccate in modelli meno maligni ma comunque distruttivi. Il ripristino dell’istinto ferito inizia con il riconoscimento dell’avvenuta cattura, seguita dalla fame dell’anima, dal disturbo causato alle frontiere dell’introspezione e della protezione. Va capovolto il processo che ha provocato la cattura e la fame…”

Clarissa Pinkola Estes – “Donne che corrono coi lupi”

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